venerdì 15 aprile 2016

Le (retro)passioni del Leone asmatico

Mai ha avuto spirito combattivo ribelle
Salvo bramar leggiadre e giovani pulzelle
Pigro è assai il nostro leone asmatico
Ma dell'ingresso di servizio è ben pratico
Nel letto è assai nerboruto il leone
Infila la porticina, snobbando il portone
Sul materasso ruggisce più che perfetto
Tralascia il largo e transita dallo stretto
Farebbe strisciando un intero kilometro
Pur di passar dove stava il termometro
Starebbe mesi senza mangiare e bere
Per trasformarsi in cannuccia da clistere
Inadatto a girare attorno ad un sofisma
Si reincarna in un tubo da enteroclisma
Il suo pensiero ha un'atavica zavorra
Risiede nella città a fianco di Gomorra
A modo suo ha tanta creatività carnale
Rifugge ciò che è canonico e naturale
Infrattato in prati, portici e narteci
Tanto pratico del tunnel delle feci
Pronto a sgranchir la carnosa trivella
Fulmineo imbocca la fetida burella
Pronto ad ogni feroce scontro ed alterco
Pur di passare dalla porta dello sterco
Introduce il biglietto per la obliterazione
Brama una stretta e grinzosa tentazione
Non un fulmine come di potere gestore
Preferisce studiare l'ingresso posteriore
Non lascerà traccia come maggiorente
Nel foro nascosto è però concupiscente
Appare elegante, tutto men che tetro
Il leone ruggisce forte, ma dal dietro
Prescindibile quando deve comandare
Sempre cerca il forellino da spanare
Non diresti a vederlo su pubblica via
Non medico, ma effettua rettoscopia
La sera non vuol mai vedere il tiggì
Predilige infrattarsi in quel buchino lì
Non sa cosa farsene del telegiornale
Si esalta solo per il secondo canale
Si sente di certo un toro e non un bue
Si sintonizza preciso sempre su Rai2
A fine canalaccio si trova il nascondiglio
Per accoglier glande turgido e vermiglio
Espertissimo tecnico, ispettor di terga
Inizia col dito e finisce colla verga
Vive di costante e lucida fissazione:
Calda, umida e fetente ispezione

venerdì 8 aprile 2016

Innatural love (Rudy & the Mamba)

Inutile nasconderlo o raccontarsi storie! La situazione è complessa, ingarbugliata, sta venendo fuori spessa! Non è il caso di girarci intorno: Rudy si è follemente innamorato del Boia, Rudy è in pieno trip da fantasie erotiche per il Mamba del patibolo, una donna che rifiuta categoricamente qualsiasi classificazione, proprio perchè di mestiere fa il boia, un esemplare unico. 
Rudy è uscito fuori di cervello, è completamente posseduto dal desiderio di conoscere carnalmente il Mamba. Rudy sta scherzando col fuoco!
Rudy è in preda ad una terrificante tempesta ormonale, un'iperatttività endocrina che significa solo una cosa: fiumi di testosterone e ferrea, eterna erezione. Rudy è la reincarnazione di Priapo e si produce continuamente in pubbliche esibizioni della propria strabordante virilità. 
Rudy è arrapato come una bestia. Così arrapato da considerare ogni buco una trincea per battaglie amorose che tutto sono meno che platoniche. E' pronto a copularsi qualunque roba che si presti anche solo minimamente alla porca bisogna: buchi di serrature, colli di bottiglia, padelle per caldarroste, cestelli di lavatrici, confezioni per sigari cubani. Ieri ha persino tentato di congiungersi carnalmente con alcuni rigatoni al sugo, intenzionato com'era a farli ripieni. Per non parlare di quanto successo una decina di giorni fa: passando davanti ad un giardino ha tentato l'approccio more ferarum con una statuetta di Biancaneve che se ne stava tranquilla all'ombra di una betulla in compagnia dei canonici sette nanetti. 
Rudy è totalmente sderenato da furori tutt'altro che astratti ed ha in testa un chiodo fisso, più grosso della sua stessa attrezzatura di piacere: consumare carnalmente con il Mamba!
Non che il Mamba sia contrario per principio, sia detto per inciso! Il Mamba non conosce preclusioni ideologiche in merito! Il Mamba è pronto a fare un sol boccone, anche carnalmente, di qualunque essere vivente che gli possa dare piacere. No problem!
In questo caso però il problema è un altro: il Mamba non ama la carne troppo giovane. Il Mamba ama spolpare, stritolare, prosciugare e talvolta fustigare i suoi amanti. Li vuol sempre ridurre come pelli di fico, li rende implumi e prosciugati di qualsiasi umore. Insomma: una passata del Mamba richiede poi almeno una settimana di convalescenza, con un regime alimentare a base di uova ed altre proteine nobili per recuperare le forze. 
Un pischello come Rudy, va da se, non è assolutamente in grado di reggere un simile tour de force, poichè rischia concretamente di lasciarci le penne. Basti pensare che l'ultimo amante del Mamba è stato soccorso dalla Forestale una mattina, mentre giaceva privo di sensi a bordo strada sulla tangenziale di Sondrio. Ricoverato in ospedale, è rimasto in coma farmacologico per cinque giorni e, sottoposto a visita andro/urologica, gli sono stati diagnosticati:
  • disfunzione erettile da iperattività (60 giorni di prognosi)
  • aspermia da rinsecchimento testicolare
  • totale prosciugamento delle ghiandole del liquido prostatico (con impossibilità di eiaculazione per almento 40 giorni)

Il Mamba è ben conscio di come può ridurre i suoi amanti, tenuto pure conto che la sua alcova è attrezzata con catene, paranchi, funi, verricelli, fruste, catene di motosega e persino una mezzaluna per tritare il prezzemolo. Di conseguenza, per evitare spiacevoli contenziosi ed esose richieste di risarcimento danni post amplesso, fa firmare agli allupati che aspirano alle sue grazie una speciale lettera di manleva. Ad abundantiam, adotta inoltre i seguenti criteri nella scelta dei partner:
  • età compresa tra i 25 ed i 50 anni
  • lunghezza nerchiale di almeno 25 centimetri (mediamente cala a 10 centimetri dopo la ripassata)
  • diametro nerchiale di almeno 8 centimetri (dopo la ripassata diventa circa 4 centimetri)
  • volume scrotale di almeno 250 centimetri cubici (dopo la passata il volume è paragonabile a quello di un'oliva taggiasca)

Come detto prima, Rudy sta giocando col fuoco. Si continua ad avvicinare al Mamba, dando spettacolo con la sua virilità incontenibile, gli ormoni lo rendono alterato nella percezione, si sente convinto di essere all'altezza della situazione, ovvero pronto a rispondere alle esigenze carnali del Mamba. 
Rudy ha già ricevuto dal Mamba innumerevoli 2 di picche, tutti per il suo bene, ma il delirio ormonale non gli consente di comprenderlo, così che continua a perseverare nel suo farneticante progetto: consumare più e più e più volte col Mamba sino alla consunzione, ignaro del fatto che tale consunzione sarebbe tutt'altro che metaforica.

* * *

Rudy sente che il Mamba rincasa e si sente il testosterone montare. In un baleno Rudy è in preda ad un'erezione tra il saluto romano ed il presentat-arm. Rudy prende una decisione: si parerà davanti al Mamba facendo sfoggio delle proprie pudenda, sicuro che il Mamba non potrà resistere alla vista di tanta floridezza carnale.
Il Mamba inizia a salire le scale, Rudy è nell'angolo del pianerottolo e si sente sudare, col cuore che gli batte a mille, mentre un tremendo dolore da priapismo lo strazia. Rudy si gioca il tutto per tutto e si presenta fulmineamente davanti al Mamba, orgoglioso come non mai. Poi si avvinghia attorno alle gambe del Mamba e vi struscia la rigogliosa, rovente, palpitante verga.
Due secondi di silenzio assordante, che sembrano durare in eterno, poi il Mamba si gira, sorride in modo impercettibile e con un filo di voce dice all'ingrifato: "Adesso smettila, pisquano. Lo vuoi capire che per me tu sei drammaticamente sotto misura. E poi, quanto volte ti ho detto di non usare lo zerbino per affilare gli artigli. Questa sera niente crocchette, e non permetterti di miagolare per la fame".

venerdì 25 marzo 2016

Lolita della finestra

Conturbante Lolita della finestra
alla ricerca d'un piatto di minestra
con impegno allunga triste il becco
per conquistare erba e pan secco
con dedizione nel cassonetto ravana
alla ricerca di un avanzo di banana
è finita la brillante commedia
si entra nel tempo dell'inedia
affascinante pulzella del telaio
caduta malamente in brutto guaio
avvenente, determinata, orgogliosa
è finita in una storia incresciosa
figlia dell'antica città franata
la sua sorte è di botto atterrata
ha perso colpi la cara mamma
e trovarsi sola sai che dramma
un bel buco in cassa è spuntato
non solo col Vaticano si fa concordato
farà certo un bell'esame di coscienza
anche interiore può esser l'insolvenza
niente pareva poi esser anormale
una ben celata bancarotta morale
ipercritica determinata e testarda
calice amaro, non bicchiere di bonarda
caratterino spigoloso che taglia i ponti
una padella per caldarroste i suoi conti
conti con più buchi di una schiumarola
a causa di plurima finanziaria sola
chi pensava potesse andar a finir così
ad una certa età ancora a mandar CV
riccioluta profetessa del vetro isolato
è arrivato un conto duro e salato
carismatica cantrice della maniglia
greve boccone fa la faccia vermiglia
OK, scegli il tuo pacco con attenzione
decidi tu stessa la tua esecuzione
ti attende il Mamba nero sibilante
oggi è giorno di attesa trepidante
sinuosa Salomè del serramento
roboante è l'imprevisto fallimento

mercoledì 2 marzo 2016

Sondrio (SO). Giustiziato il "fetido Lezzini"

Ad esecuzione avvenuta, la Commissione straordinaria panSondriese per la repressione di fetore, meteorismo e coprofilia (CSpS) rende noto che è stato giustiziato il fetido Lezzini. L'esecuzione risolve definitivamente il problema dell'insopportabile fetore che da tempo ammorbava Sondrio, nella zona compresa tra via XXV Aprile e corso Vittorio Veneto, un fetore tale da costringere i passanti a darsela a gambe ed i residenti a tapparsi in casa, sprangando porte e finestre. Per diversi anni, il centro di Sondrio è stato infatti devastato da un mefitico e ricorrente cataclisma, fonte di enorme allarme sociale, che si abbatteva all'improvviso, saturando l'aria di un odore simile a quello generato da un milione di polli con la dissenteria o al peto di un brontosauro.
Il responsabile dei ferali accaduti era tale GianGioele PierAndrea Lezzini, detto "el statalasso provincial", di professione impiegato pubblico nullafacente a spese delle pubbliche casse, un vero e proprio mangiatore a "ufa". Il Lezzini era un autentico affannato mentale, dallo sguaiato accento romanesco, dalla personalità disturbata e con pesanti tendenze alla megalomania.
Il rifiuto umano era aduso emettere fetori mortali per un quadruplice ordine di motivi:

  1. era affetto da una rara forma di cerebromarcescenza liquida, che gli causava versamenti di pus dalle narici. Giova ricordare che, quando si aggirava per la città, starnutiva in modo così violento da imbrattare di pus le vetrine dei negozi e fare la doccia ai passanti
  2. a causa del suo impiego pubblico da scaldatore di poltrone, aveva sviluppato impressionanti piaghe da decubito chiappali. Durante la deambulazione, tali fetenti bubboni, grossi come delle angurie, solevano scoppiare, liberando grandi quantità di gas putrido e pus pastoso come la polenta
  3. soleva nutrirsi di erbe spontanee raccolte sulle scarpate delle strade e di ingenti volumi di scarti di macello stagionati sottoterra, affinchè assumessero un tipico odore di carogna. Facile quindi immaginare la devastante alitosi stercogena di cui soffriva (gli bastava fiatare mentre era per strada per scatenare un allarme da guerra biologica)
  4. aveva sviluppato una rarissima forma di neoplasia gassosa intestinale. Due volte al giorno le sue viscere si riempivano di circa 2 mc di gas che il putrescente figuro doveva evacuare, per evitare rischi di esplosione delle budella e sfrangiamento dello sfintere. Si applicava perciò una cannula rettale di drenaggio aeriforme, che sfiatava fuori dalla finestra del suo  ufficio 
Le prodezze odorose del manigoldo in questione producevano conseguenze devastanti:

  • svenimenti di animali domestici, anziani e bambini
  • morte subitanea di uccelli ed insetti, che si schiantavano al suolo stecchiti
  • ingiallimento e caduta delle foglie degli alberi
  • rinsecchimento di erba e fiori
  • corrosione dell'intonaco dei fabbricati
  • crepe nell'asfalto delle strade

Pasquino Pinzocheri Press Agency ha raccolto alcune dichiarazioni del direttore della CSpS, Felice Di Edmondo Gerginelli:

  • ""per troppo tempo il fetido Lezzini ha funestato la vita civile di Sondrio, mettendo seriamente a rischio la salute della popolazione
  • trattandosi di un vero e proprio nemico del popolo, che ha commesso crimini contro il popolo lavoratore, era necessario agire senza indugio, con la massima sollecitudine e con specifici strumenti giuridici
  • era chiara la coscienza del fatto che per eliminare il problema occorreva eliminare l'uomo
  • per questo è stata implementata una speciale procedura giudiziaria in forza della quale un comitato di tre persone scelte tra i membri della CSpS hanno agito esercitando cumulativamente le funzioni di polizia giudiziaria, pubblica accusa, magistrato giudicante e boia
  • la scelta di condannare Lezzini alla pena capitale in contumacia è stata presa all'unanimità
  • abbiamo poi proceduto al suo arresto all'uscita dall'ufficio pubblico dove per lunghi anni ha mangiato a sbafo a spese dei cittadini, caricandolo su un furgone e portandolo in un luogo sconosciuto. Occorre dire che ci è sembrato abbastanza sorpreso quando gli abbiamo comunicato di doverlo giustiziare ed ha avuto persino il barbaro coraggio di sentirsi la coscienza a posto e di non comprendere quali fossero i crimini a lui imputati (quando l'indole criminale è così sviluppata, viene meno qualunque consapevolezza del proprio essere nemici del popolo e fattore di pericolosità sociale)
  • si è poi posto il problema di scegliere la modalità di esecuzione, che non poteva certo essere asettica ed indolore. Dopo lunghe riflessioni, abbiamo deciso di applicare un feroce contrappasso di tipo dantesco: colui che per troppo tempo ha ammorbato il popolo con le sue esalazioni doveva essere eliminato dalle sue stesse medesime esalazioni. Per questo abbiamo allestito una camera a tenuta stagna e vi abbiamo rinchiuso il lestofante; dopo 18 ore di esposizione alle proprie puzze il pendaglio da forca ha tirato le cuoia
  • prima di dire addio al sole ci ha però chiesto un colloquio, nel corso del quale ha fatto autocritica per il male commesso e si è detto sinceramente pentito per le sofferenze arrecate al popolo (va da se che questo non ci ha minimamente fatto tornare sulle nostre decisioni, convinti come siamo che un'autocritica è seria e credibile se e solo se chi la fa viene poi giustiziato)
  • terminate le formalità post esecuzione, le spoglie del fetido Lezzini sono scomparse nel nulla, inumate in località top secret, al fine di evitarne il culto da parte di qualche nostalgico nonchè pericolosi tentativi di emulazione
  • come mi ero ripromesso, il fetido Lezzini non è sparito solo dalla vista dei cittadini ma anche dalla loro memoria. Di lui si parla oggi al passato ma, in prospettiva, non ne deve restare nemmeno il ricordo, così che tra qualche tempo sarà difficile persino pensare che sia esistito""

martedì 1 marzo 2016

Esplode a livello mondiale l'interesse antropologico per la "Costa dei Cech"

Da almeno un paio di mesi, il lato retico della bassa Valtellina (c.d. "Costa dei Cech") è diventato oggetto di un grande interesse, a livello mondiale, per gli studiosi di antropologia. Nell'area tra Dazio e Dubino sono ad oggi presenti almeno un centinaio di luminari dell'antropologia, provenienti dalle più rinomate università dell'orbe terracqueo (si citano, in modo non esaustivo, Yale, Harvard, Princeton, Berkeley, Oxford, Cambridge, Tubinga, Heidelberg, Sorbona, Salamanca). 
Pasquino Pinzocheri Press Agency ha deciso di indagare e di vederci chiaro, affinchè il popolo venga reso edotto circa le motivazioni che hanno spinto il gotha universitario mondiale a spedire un tale numero di eminentissimi e chiarissimi cattedratici nella landa in parola. I risultati delle indagini svolte sono stupefacenti. La popolazione della Costa dei Cech ha un unico progenitore comune: l'antica tribù nomade pre-indoeuropea dei Marshunatz, originaria della penisola di Kamchatka. 
Scavi archeologici condotti negli scorsi anni a Bedoglio, Pianezzo e Cercino, hanno consentito di appurare che attorno al 1.200 a.C. un migliaio di famiglie Marshunatz, guidate dal loro condottiero Thrapanabek il rubizzo aveva raggiunto la Costa, creandovi diversi insediamenti. Non solo: dalla decifrazione dei pittogrammi scolpiti su una stele ritrovata a Pianezzo è stato possibile ricostruire le motivazione dell'arrivo dei Marshunatz. Nel 1.235 a.C. il territorio nella Kamchatka era stato colpito da una gravissima carestia viticola ed enologica che aveva sconvolto la vita della nostra balda tribù, nota tra i popoli dell'estremo nord est dell'Asia per i ciclopici consumi di vino e, soprattutto, di feccia vinaria.
Sconvolti dalla mancanza di prodotti enologici, alcuni gruppi di Marshunatz hanno iniziato a vagare senza meta per tundre, steppe e taighe. Dopo circa 22 anni di peregrinazioni, uno dei gruppi è arrivato sulla Costa e, vededondola cosparsa di vigneti, i poveri vagabondi hanno deciso di stanziarvisi, convinti di aver raggiunto la nuova terra promessa. Mal loro ne incolse! Infatti, già nel 1.198 a.C. la metà dei Marshunatz era stata decimata da devastanti malattie conseguenti al consumo smodato dei terribili, mefitici e venefici prodotti enologici della Costa dei Cech (così risulta da una stele funeraria ritrovata nella necropoli di Bedoglio). In particolare, risulta straziante la vicenda del piccolo Chockmin, bambino di 2 anni fulminato dopo aver tirato due sorsate di liquame enologico locale da un fiasco cui era stata applicata una tettarella ricavata dallo scroto di un montone.
Secondo un meccanismo tipicamente darwiniano di selezione naturale, coloro che presentavano caratteristiche fisiche e metaboliche in grado di mettere il loro organismo al riparo dalla tossicità acuta dello pseudo-vino locale,  sono sopravvissuti ed hanno trasmesso il loro patrimonio genetico ai loro discendenti. Questa seconda generazione di Marshunatz nata e cresciuta sulla Costa dei Cech è il progenitore comune di tutte le popolazioni che ancora oggi, inopinatamente, vivono e prosperano in tale terra, unanimemente ritenuta dai popoli civili "in partibus infidelium".
I Marshunatz superstiti si sono quindi sparsi su tutti i territori della Costa dei Cech, fondandovi insediamenti locali che, col passare dei secoli, sarebbero poi divenuti: Dazio, Civo, Mello, Traona, Cino, Cercino, Mantello e Dubino. La mescolanza con alcune popolazioni autoctone ha poi condotto ad una certa differenziazione degli abitanti di ciascuno dei delendi borghi rispetto alla matrice originaria, ma occorre sottolineare come tutte le popolazioni attualmente presenti tra Dubino e Dazio presentino comunque un alto tasso di comunanza genetica ed antropologica, valutato in oltre l'85%. Infatti, risultano essere tratti comuni:

  • lo smodato consumo di vino locale, di grappe autoprodotte e feccia vinaria
  • l'esecrabile passione per le automobili Alfa Romeo
  • la locuzione di lingue di chiara matrice non europea, presentanti un particolare tratto comune: utilizzano un alfabeto con sole 2 vocali e 7 consonanti (rispettivamente traslitterabile con "ou", "auu", "spt", "prt", "rng", "rsc", "rtt", "kgr" e "blk")
  • i riti propiziatori e di iniziazione sessuale svolti in stato di trance, indotta dal fumo di particolari spinelli imbottiti di foglie di cipolla, sterco di caprone essiccato, rape rosse ed olio di ricino
  • le severe restrizioni all'igiene personale per le persone che hanno superato l'età adolescenziale
  • l'abitudine, sia maschile che femminile, di corteggiarsi mediante forme plateali di masturbazione in pubblico
  • i culti politeistici pagani, con venerazione del dio Torch e della dea Alfetasha (la c.d. "empissima dualità")
  • il ricorso alla zoofilia da parte di coloro che non sono coniugati, a mo' di "remedium concupiscientiae", per evitare incesti e pederastie

Ciò posto, si è reso necessario creare ex novo una nuova categoria tassonomica: il ceppo "cechistaico", che raggruppa le seguenti etnie:

  • Dascini
  • Civuschi
  • Mellatici
  • Traonati
  • Cineschi
  • Cercinasci
  • Mantellagri
  • Dubinoschi

L'interesse da parte del gotha degli studiosi di antropologia è motivato dal fatto che le etnie presenti da oltre tre millenni nella Costa dei Cech sono un preclaro esempio di "differenziale della contemporaneità" o, per converso, di "fossile culturale". Il fatto di vivere in un habitat isolato, più culturalmente che fisicamente ad onor del vero, dal resto del mondo ha giocoforza generato dei fenomeni di differenziazione e ritardo evolutivo, pienamente osservabili. Osservando le popolazioni cechistaiche di oggi è quindi possibile, per una sorta di induzione a ritroso, avere, con buona approssimazione, un'idea di "come eravamo" tre millenni or sono.
Pasquino Pinzocheri Press Agency tiene a testimoniare il proprio massimo rispetto per tutti gli eminentissimi studiosi che stanno battendo palmo a palmo la Costa dei Cech e per le antiche istituzioni universitarie di cui fanno parte. Ciononostante, una domanda sorge spontanea: se quei popoli sono "fossili culturali", come tutti i fossili non sarebbe opportuno che fossero ricoperti da un congruo numero di metri di terra?

Va petaccio

Va, petaccio, sui verdi sbracati;
Va, e tanfa sui ladri, sul Trota,
Ove mangian luridi e laidi
Porci ingordi del suolo padan!

Del Belsito le tasche gonfiate,
Di decenza le brache abbassate...
Ohi Panzania sì lorda e corrotta!
Oh mangiata sì unta e letal!

Popol capro di grassi villani
Perché lercio dal sudicio pendi?
Il fetor ne' budelli riaccendi,
Ci ammorba l'aer d'Insubria!

O simil di sfinter ai peti
Manda un rutto di laido portento,
O t'instilli il fato un fetore
Che fa del petare virtute! 

lunedì 22 febbraio 2016

Carme dei sepolcri imbiancati

Barattierum iura sancta sunto

All'ombra delle macchine contasoldi e dentro i forzieri,
confortato dal pianto degli inferiori, è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il soldo
per me alla tasca non fluisca,
bonifico pingue e gravoso
e lucenti di scintille innanzi 
a me non balleran marenghi,
nè della borsa sentirò più il Mibtel
e l'aurifera armonia che lo governa,
ne più in saccoccia danzerà il peculio
de gli inermi risparmiatori e dei pensionati,
unico sangue per la mia vita parassita
qual sia il furto dei giorni perduti
che distingua le mie ruberie
dalle infinite ladronerie che ammorban terra e cielo.
Vero è ben, Calvino! Anche la Rapina,
ultima dea, rifugge mio sarcofago: e obnubila
ogni cosa la dimenticanza delle mie grassazioni
e una forza soverchiante le cancella
di cassa in cassa; il banchiere e le sue saccocce
e le ultime sembianze e le refurtive
di terra e ciel cancella il tempo.
Ma perchè dopo di me gli inferiori
invidieranno mia cupidigia
pur consci di loro insipienza ad arraffare?
Non vivon forse loro di miseri emolumenti e
gli sarà sconosciuto il bottino
che li fa sbavar di forte scintillio
ne' le loro cervella. Aulentissima è questa
spoliazione con amorose blandizie,
pulcherrimo talento è nei bancatori; e spesso
con il soldo si copula come fosse consorte
e il soldo con noi si sbrana la terra
che lo generò e lo creò
ne' le sue viscere materne, primigenio forziere
che porgendo le sacre le cambiali consente
l'arraffar de' artigli.Dal profano 
risparmio del vulgo non resta un centesimo,      
e di cartamoneta odorosa resta
triste cenere alle moltitudini straziate.
Chi lascia eredità di poche sostanze
tristezza lascia nel conto e ne' rampolli 
e se mira dopo l'esequie a santa indulgenza
vagar sotto la grandine vede suo spirto,
tra lo scherno de' sportellisti incravattati
sbellicantisi vicino gli smorti rendiconti
della elemosiniera colletta, ma la sua fame
porta in un aldilà pavesato di carestia,
ove nè anima buona lo sfami
ne passator solingo allunghi monetina
che dalla morsa gastrica soccorra.
Pur nuova legge impone oggi il c/c
fuor da' intento caritatevole e il pane
all'uomini contende e senza pace giace 
il tuo cliente o bancatore, che a te donando 
suo sangue e sudore eresse per te 
temporale impero, con lunga privazione,
e ti profferiva alte lodi e retro linguate
e tu lo degnavi di sguardo ieratico,
che si pensava venisse dall'altissimo
cui era dolce il tintinnar de' marenghi
da secrete casseforti e da saccocce
di cui sempre fu nota l'inaccessibilità.
O bel bancatore dove sei? Non odo
frusciar la carta moneta, simulacro di mia potenza
fra queste ipoteche ov'io trincai allora
come fosse mio latte materno. E l'incasso
veniva e mi ammaliava allo sportello
che ora sospira in desolazione vuota
perchè non arraffa l'interesse ingordo
di cui fu un tempo famelico.
Forse tra plebei pagatori protestati
vagolo, dove dormì il divino soldo
solamente mio. A lui non mancai di fede
tra i portafogli ubertosi e lubrici,
svuotati a evirati risparmiatori, 
non moneta, non bene rimase,
forse l'ossa prive d'ogni polpa.
Con grasse mani il ladro felpato
arraffa concupiscente ed assetato.
Sento ravanar fra le carni putride
il derelitto cliente errabondo,
tra la spazzatura famelico cerca
muffita pagnotta che altro cibo non v'è,
contendendolo a' sorci e cani rabbiosi
sparsi per puteolenti sottopassi;
e l'immondo fetore della miseria
ho sparso dalla terra alle stelle,
alle obliate vite che cancellai. Invano,
su' tuoi risparmi, o pezzente, preghi
ne' la fetida bruma. Ahi, su le ruberie
sorgon fiori aulenti ed è di umana
rapina onorato il valore luccicante.
Dal dí che leggi e tribunali e casse
diedero a' bancatori d'esser famelici
di loro prossimo, tolser essi a' poveri
per dar a se stessi ed a' forzieri
il servo sudor in deposito fideistico,
con sublimi fregature e ben vaselinate.
Emblema de' fasti furon le sedi 
e tombe innominate a' poveracci,
che pianser sempre per la silurata
su la polve de' loro averi scomparsi,
borseggio che con diversi modi
nostra virtù e saggezza perpetrò
per lunga e sanguinosa teoria di anni.
Sempre i lingotti d'oro in magioni nostre
fecer pavimento, l'afrore della filigrana
si sparse intorno a noi, il volgo
a far sbavar; i borghi fur osannanti
e servili a nostro indirizzo: le madri
balzaron da noi con carnal dono
e apriron ardimentose lor gambe,
il rampollo a raccomandar onde 
ottenesse benevola assunzione
a fine di venal sistemazione vitalizia
nella cassa. Ma rotoli e mazzette
di feroci appetiti impregnate
perenne cupidigia inoculavan ne' cuori
ed infinita cupa brama, e ferrei forzieri
accoglievan tintinnanti zecchini.
Spolpavan bancatori monete al mendico
a rimpolpar il secreto deposito
perchè il grasso a loro crescesse
ne' le tasche; e l'ultimo conio
s'intascavan fulgente e caldo.
Sbranavan gli amici patrimoni a' pover uomini
ad impanzare i sotterranei depositi
perchè gli occhi del bancator cercan morendo
il lingotto; e l'ultimo sospiro
ei manda alla fuggente sostanza.
La masse versando magri capitali
patrimoni impinguavan le saccocce
a detrimento del popol bue; e chi man tendea
a pietire aiuto o a narrar sua disgrazia
ai bancatori un riso ironico ispirava,
qual sentimento di celeste superiorità.
Fremente ingordigia che fa grassi i pochi,
dai conti in terra straniera alle società
di comodo, ove li attira cupidigia
di crescenti incassi, ove capienti
si spalancaro le borse della razzia
che lucente fecer la trionfata cornucopia
del maggior furto e si scavò la fossa.
Ma ove dorme il peculio d'ignota origine,
e fa dan giudice al social consorzio
l'opulenza e la servilità e la vuota pompa
e illuminate immagini del diabolico sterco,
sorgon avelli e trombonesche auree croci.
Già il bancatore e la rifatta marmaglia
emblema e motore al nostro reo tempo
nelle ovattate sale hanno sepoltura
non più vivi e i ricordi unica piaggeria. A lor
morte apparecchi fetida stamberga
ova una volta la fortuna dissolva
e a roboanti pernacchie sian esposte
non monete e lingotti, ma fetenti peti
colgan loro a perenne retribuzione. 
A consolanti ricordi il pavido animo accendono
le urne de' bancatori, o Gano maganzino; e bella
e santa fanno sembrar al tapino la banca
che lo dissangua. Quando il sepolcro
vidi ove dorme il corpo del ladrone
che spolpando le tasche a' lavoratori
i sogni ne distrugge ed alla plebe svela
di che pezzenteria viva e di che stenti;
ed il sarcofago di colui che nuova grassazione
creò ovunque con dolore; e di chi sfilò
ai morti gli averi propri per ingoiarsi
più vite senza dar sentore alcuno 
onde il ricco più ricco fosse
ed il poveraccio più magro divenisse:
Me beato, gridai per le ovattate
casseforti pregne di pecunia e pel peculio
che da loro fluisce in gozzo mio!
Liete de' fondi altrui veston mie figlie
di oro zecchinissimo i lor colli,
le natiche a dimenar festanti, e le mani
empite di anelli e di diamanti
mille luci al ciel mandando.
E tu per prima, banca, lumavi lo scintillio
de' lingotti che sbranammo a' innocenti,
e le casse pubbliche e l'erario
razziammo a onta de' bisognosi,
che carità straziammo e soffocammo
ed obnubilammo con plumbeo velo,
stupro recando a' la dea Giustizia,
ma più satolli che mai sbranavamo
l'italici averi sudati, unici forse
in misere esistenze e striminzite
e l'onnipotenza nostra svettava su l'altrui destino,
immobili e titoli succhiavamo ovunque
e la patria spogliammo pure della memoria.    
Che ove la fame di incassi a' bancatori
venisse a mancar ed all'Italia pulita
grasso e benessere sano crescesse,
morrebbe il valor d'essa stessa banca. E i lingotti
smetteriano di esser divinità e legge.
Ignorati da patrio volgo vagheremmo muti
ove una volta eravi per noi reverenza
de' plebei desiosi; e poi nulla
vivente al nostro cospetto si prostrerebbe
le terga baciando; e avrem sul volto
la muffa del decadimento e la cianosi.
Co' questi demiurghi abitiam eterni: e 'l soldo
freme d'amor patrio. Eh sì! Da quelle
floride borse un dio a noi parla:
e si prelevava da' conti altrui
dopo che morte li rapì prima di noi,
lasciandoci man salva. Il barattier
che artiglia d'altri il sudato aver,
facendosi grasso di lussurioso prelievo
balenante di auree scintille rutilanti
balenanti ne' la notte ladra e faina,
grondante sangue e filigrana,
d'artistiche rapine ingoia il provento
cercando nascondiglio; e al furor de' furti
silenzi contrappone a celar il malfatto,
a danno de' innocenti e ingenui,
piangenti e confidenti e tumultuanti,
a commiserar li risparmi dispariti.
Felici noi che razziam il regno de' morti,
insaziabili ne' anni sia verdi che canuti.
E, se guidiamo il saccheggio impettiti
oltre 'l confine posto dalla decenza,
certo di noi si udrà per ogni angolo
dell'orbe terracqueo il sibilo strisciante
verso le più temerarie spoliazioni,
sopra l'ossa de' popoli tutti,
onusti di pecunia e di titoli siam sempre;
nè senno acuto nè protezione ferrea,
nulla varrà l'altrui patrimonio a salvar,
chè a mo' di ratti nella notte scura
le borse andiam a svuotar silenziosi.
E me che 'l furto e 'l poter
fan per diverse lande ir affamato,
me ad evocar li spietati arrubbamenti
al mortal tapino che fiducia mi diè.
Siediam custodi de' le refurtive
e, quando il sole con i suoi rai vi giunge,
vi meniam vanto silenzioso de' malfatti,
di nostri raggiri la terrà è piena
e si strazia per nostri rapaci intenti.
Ed oggi nel paese impecorinato
eterno splende al volgo straccione
nostro eterno fulgore a cui fummo sposi
in tempi immemori ed alla cassa sediamo
onde possiamo sempre prevaricar 
sul popolo a noi grato per il malfatto.
Però quando qualcun udì il scivolar
de' la ferrea ruvida silente supposta
alti strilli produsse, giunti sino a gli dei
che ci mandaron silente approvazione
pel mal commesso ieri, oggi e domani:
encomiati fummo per nostra cupidigia,
colmati di medaglie per nostra freddezza
e la morta pietà fu 'l nostro immortal trofeo
onde de' la ruberia si facesse bibbia.
Così spolpando affonda la nazione
e s'allarga l'olimpo della mangeria,
untuoso di ingegnose truffe e sofisticate
e sacro divien il diritto di spoliazione.
Ivi sgraffignò il bancator cortese
ultima possanza d'illustre rapace stirpe
esperta di ogni grassazione indomita,
resistente a qualunque forma di pietà;
ivi rapinò colui che il fato creò all'uopo,
il meglio fiore d'artigliati petali e taglienti, 
sempre aduso a rubar sorridendo ed
a sorrider rubando, e l'elegante furto
insegnava a' suoi sbavanti discepoli.
E rubava sospirando: Oh dio dei ladri
chi potrà dopo me tener alto il vessillo,
sapran sbranare con pari perizia e desiderio,
sapran spolpare con altrettanta freddezza?
Le carni della nazione sapran straziare
con altissima bancaria perizia e silente,
incontaminati da pietà e ritegno alcuno?
Veggo i numi tutelari de' sbranatori
perder vigore; chè dopo me nessun
potrà emular mie gesta ferali ed invisibili!
E voi, modesti miei eredi bancatori,
omuncoli incapaci a rubar persin
minima pensione a' vedove dolenti,
non siete a nulla buoni: e chi potrà
di voi ereditar mio talento irripetibile
affinchè la rapace stirpe si perpetui?
Mai degni sarete di agir in nome mio,
sciacalletti lattanti al di sotto del compito,
inetti come siete a concepir ogni raggiro, 
peregrinerete tra i poveri straccioni 
incapaci ad intender cosa si possa rubar loro.
Piangeranno i forzieri per vostra inettitudine,
in loro resterà vuoto spazio in perenne attesa
di bottini che mai saprete arraffar,
per le vie di novella e più fulgida Ilio
che non saprete mai e poi mai saccheggiar.
Satolli vi farete con pochi bocconi insipidi,
dissetati sarete di poche gocce di sangue,
quasi foste larvali zanzare anzichè sitibondi
vampiri come fummo noi d'altra genia,
con denti simili a sciabole infuocate,
sempre pronti a qualsiasi razzia 
pur di far grande la santa madre banca.
E tu, dio dei bancatori, solo lutti vivrai
pe' tuoi figli esenti da ogni spirto di rapina,
inetti a continuar l'edificazione di una patria
che solo su sangue e soldo si sa regger.